Marstenheim

Marstenheim
Il maggiore si strinse nelle spalle. «La città è perduta. Vede laggiù, i lampi delle esplosioni?» Il tenente annuì. «Be’, non dovrebbe vederli,» disse il maggiore. «Uomini-ratto. C’è chi dice diecimila, chi un milione. Ma secondo il regolamento non esistono, e quindi non ci sono nemmeno le esplosioni. Capisce, in che condizioni facciamo la guerra?»
Tratto da Marstenheim.

Mi accingo ad un lavoro drammaticamente pericoloso: provare a scrivere una critica ad un libro consigliato da Gamberetta. Forse non tutti i lettori sono in grado di capire questo mio timore, ma chi la conosce e segue il suo blog (anzi, il Suo) sa a cosa sto andando incontro; la maggioranza ha però i suoi diritti, e quindi introdurrò brevemente colei che mi ha introdotto al libro di cui in oggetto.

Scoprii Gambery Fantasy per puro caso, onestamente non ricordo nemmeno più come; forse grazie al celeberrimo post sulla Troisi, ma non è questo il punto. Sta di fatto che, dopo essermi letto alcune delle più belle stroncature della mia vita, l’ho inserita tra i miei feed… e mi si è aperto un mondo. Senza esagerazione: voi lo sapete cosa vuol dire scrivere bene? Si? Anch’io lo pensavo, e ho scoperto che toppavo alla grande; quasi vent’anni di istruzione obbligatoria mi avevano dato un sacco di nozioni ma non la capacità di capire cosa sia in effetti la scrittura. Non sapevo stabilire se una frase fosse scritta bene o male, peggio che mai un testo complesso come un’opera di narrativa: l’ignoranza crassa delle regole della scrittura mi impediva di distinguere tra un buon testo e uno cattivo. Non che ora sia miracolosamente migliorato, ovvio, anzi son quasi sicuro di non essermi spostato di una virgola, ma almeno ho la concezione di cosa occorra guardare, di quali siano i point-of-failure più comuni, oserei dire del Bene e del Male. Ma forse sto trascendendo.

Ora tutti voi potete capire. Gamberetta, oltre che di libri, ha parlato anche di critiche; io ricordo di averlo letto, quell’intervento. Ricordo di aver annuito con fare convinto mentre lo leggevo, e mi ripetevo “giusto, giustissimo, ora non cadrò più in questo errore”. Sto leggendo anche i suoi sunti sulla scrittura creativa, e anche lì annuisco come un dromedario ubriaco. Ma come tante altre cose nella vita, mi entra da un occhio e mi esce dall’altro; ora rileggo quello che ho appena scritto e percepisco di essere andato contro le Sue direttive, ma non ricordo a quali. Ho però solo più mezz’ora di tempo per finire questo articolo, quindi mi assumo il rischio di venire sbriciolato e ridotto al rango di mangime per il krill, sospiro e proseguo.

Marstenheim, stavamo dicendo. Partiamo dalle cose semplici e diciamo che è un buon romanzo. Un ottimo romanzo, se nonostante quanto scritto sopra il mio parere ha ancora un valore. L’ambientazione è strana al punto giusto: nelle sue fondamenta è realistica abbastanza da poter essere visualizzata senza problemi, e questo permette di concentrarsi sugli elementi anormali. Per capirsi, è molto più facile immaginare uno zombie che cammina in una cittadina terrestre degradata, piuttosto che immaginare uno zombie che cammina in una città alveare sottomarina di una civiltà extraterrestre di cefalopodi pentapodi, no? Le razze dominanti sono due, umani e saxxon; i saxxon sono i più interessanti perché sono identici agli uomini, fisicamente e cerebralmente. In effetti è un punto che mi è rimasto un po’ oscuro, e mi riprometto di rileggere il libro con più calma per capire se sono stato distratto io o meno: perché sono identici? In un libro in cui a tutto viene data una spiegazione se non scientifica almeno coerente (tranne un paio di scene, in cui la mancanza di spiegazione viene giustificata dall’effetto narrativo) questa mi risulta una pecca abbastanza pesante. Rarefatti all’inizio ma soverchianti alla fine sono gli zombie, tipologia di creatura che non mi è mai stata molto simpatica ma che qua, a tratti, sa offrire delle scene godibili. Abbiamo poi gli Uomini Ratto, estremamente ben resi, coerenti e drammaticamente simpatici, da un certo punto di vista i veri protagonisti dell’ambientazione. Da ultimi, per numero ma non per importanza, due o tre vampiri; vampiri seri, intendiamoci: nessuna insana passione per il glitter sottopelle.

La narrazione avanza seguendo più linee narrative che si incrociano con la giusta rarità: ciò non toglie che lo facciano, comunque, e il gran bailamme finale avviene in maniera naturale e senza forzature. Gli incontri fortuiti sono pochi, il che è un bene, e ogni gruppo si muove coerentemente alle proprie conoscenze e alle proprie tradizioni. I personaggi sono ben delineati, con caratteri differenti mostrati anche loro con coerenza e continuità per tutta la storia. Onestamente ricordo pochissime descrizioni fisiche, ciononostante le fisionomie dei protagonisti mi sono ben chiare nella mente, evidentemente sono state fatte nella maniera criptica che consigliava anche Asimov (se non ricordo male, ovviamente): introducendo il personaggio dare solo due o tre caratteristiche salienti e indispensabili per avere un’idea, e poi col proseguire della narrazione accennare distrattamente a qualche piccolo dettaglio.

Non voglio proseguire oltre in questa analisi. Anzi, a voler essere sinceri non sono proprio in grado. Il proposito di questo intervento era dichiaratamente di fare pubblicità sia a un blog che seguo con piacere sia ad un libro che ho letto con estrema soddisfazione. Però altre due righe sulla distribuzione le voglio proprio aggiungere. Marstenheim è gratis, magica parola per noialtri genovesi col braccino corto. Onestamente non sono ancora andato a spulciare sul blog dell’Autore per indagarne il motivo, ma non faccio fatica ad immaginarlo: il mondo editoriale italiano è una palude mefitica, e lo dico sia da ex-libraio che da ex-aiuto-vice-sostituto-editore; è sostanzialmente impossibile farsi pubblicare per i propri meriti letterari se non pagandosi le stampe. Gamberetta ha discusso con ottime argomentazioni su questa piaga sociale e non mi pare il caso di ripeterle peggio qua (avrei messo il link al post ma proprio non riesco a ritrovarlo). Alla resa dei conti, un libro autofinanziato nella migliore delle ipotesi va a pareggiare le spese (ovviamente per l’autore; l’editore ci guadagna, eccome se ci guadagna): alla luce di questo semplice fatto la distribuzione gratuita sotto licenza Creative Commons by-nc-sa, oltre che essere eticamente encomiabile è anche economicamente molto furba, e spero che possa portare all’Autore quella fama che, onestamente, merita. E ricordiamo che la fama è più facilmente monetizzabile di un buon libro.

Due parole in conclusione? Leggetelo. Nell’articolo di Gamberetta trovate il libro in più formati che non sul sito di Angra. Scaricatelo, fatelo scaricare, fate in modo che la gente ne parli. Se questo modo di scrivere e farsi leggere prende piede, forse potremmo cominciare ad avere del fantasy italiano degno di tale nome.

"Il giudizio di Paride", di Pieter Paul Rubens

Drammatico riuscire a giudicare con giudizio quando sei di bocca buona; peggio che peggio, se poi devi pure giudicare del bello.

4 Responses to “Marstenheim”

  1. Ale says:

    …Non giro sul tuo blog per 2 mesi e mi trovo 2 post?! bah, robe da matti…

    • belinde says:

      Direi che era tempo. E ti stupirò con effetti speciali, ne sto terminando un altro proprio ora in treno. Quando sarò a casa e potrò aggiungere foto e testi di finitura lo pubblico, così ho la coscienza a posto per i prossimi sei mesi almeno.

      • belinde says:

        Mi correggo. Ho appena perso un’ora buona di digitazione e mi è scappata la voglia di riscrivere tutto. Magari a giugno m ritorna, porco del porco.

  2. Angra says:

    Be’, che dire… sono lusingato 🙂

    I motivi per cui il romanzo è distribuito con licenza Creative Commons sono quelli che hai intuito: se si scrive per essere letti, ora per fortuna è possibile farlo senza passare per un editore. E’ una cosa non da poco, una vera rivoluzione.

    Ciao, e grazie.

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