ANGELI CADUTI

ANGELI CADUTI
21 maggio 2007 - interno, notte Come sempre l'ispirazione per scrivere arriva nella notte, quando ti sporgi dalla finestra per sentire il vento della sera sul viso, quando del casino della folla non c'è più traccia. Allora prendi il taccuino e la penna prima che i fiori che stanno sbocciando in te appassiscano…
Tratto da Blood Red Rose.

Come i migliori osservatori avranno senz’altro notato, questo blog ne viene da un lungo periodo di silenzio, dovuto a tutta una serie di fattori tra cui la pigrizia fa la parte del leone. Tuttavia oggi — finalmente, oserei dire — il blog della Vy mi ha fatto pensare; il “finalmente” non è dato dalla qualità dei post ma dagli argomenti trattati, che non incontravano il mio interesse, ma questa volta alcuni dei concetti espressi li ho scoperti intersecati a miei pensieri degli ultimi giorni.

Ammetto che le prime righe non mi hanno ispirato molta fiducia, perchè quell’accenno ai pensieri notturni, alla solitudine, al prendere il taccuino, e i fiori… temevo un “attacco poetico”, lo ammetto, e sinceramente non me la sentivo di proseguire: aborro la poesia se non per talune — pochissime, invero — opere di Montale o Ungaretti, e darei fuoco a chiunque esponga versi sciolti in pubblico (rispetto qualsiasi perversione, a patto sia vissuta privatamente). Con il terzo paragrafo la voglia di proseguire non è cambiata; l’odore di saggezza vissuta mi sembrava decisamente eccessivo, e già mi predisponevo ad una fugace lettura con la coda dell’occhio, “in altre faccende affaccendato”, e quel “forse stiamo solo crescendo” sembrava confermare le mie illazioni: certo che state crescendo, come tutti, in qualsiasi età. Ma abbandoniamo questo tono da vecchietto petulante…

Una frase isolata: “Ed io? Beh… rimango coerente con me stessa.”

È stato un lampo. Non tutti conoscono la canzone “Le bourgeois” di Jacques Brel, ma alcuni suoi versi mi sono risuonati in testa con insistenza:

Jojo se prenait pour Voltaire
Et Pierre pour Casanova
Et moi, moi qui étais le plus fier
Moi, moi je me prenais pour moi

La canzone, bellissima e di cui consiglio un attento ascolto, è stata liberamente tradotta da Giorgio Gaber col titolo “I borghesi”, ma sarebbe più corretto dire che “I borghesi” è stata ispirata da “Le bourgeois”; tratta di tre amici, che da giovani si trovavano sempre ad una certa locanda per schernire gli avventori dell’antistante cafè, esponenti dell’alta borghesia cittadina: misteriosamente però, crescendo, senza soluzione di continuità si trovano a stupirsi della maleducazione dei ragazzini che frequentano la locanda antistante il loro cafè preferito. Amo le canzoni di Brel, e questo collegamento, seppur lieve, ha calamitato la mia attenzione. Forse, per quel post, non tutte le speranze erano perdute.

L’argomento cambia ancora, e parte un excursus su una branca dell’Impressionismo: le opere a sfondo sociale di Manet e Degas. Non sono un esperto di pittura, e nemmeno un appassionato, ma bene o male il libro d’arte me lo sono sfogliato non fosse che per passarmi il tempo nelle ore di italiano, e “L’Assenzio” di Degas mi ha sempre affascinato. Tuttavia non avevo mai approfondito la cosa, nè mi ero soffermato molto sull’altro figuro sulla destra della protagonista e sulla sua insita bruttezza, tantomeno avevo fatto collegamenti coi poeti maledetti (vi ho mai parlato dei miei raporti con la poesia?). Insomma, parafrasando, ho visto, e ho visto sempre, solo una puttana che beve assenzio. Non avevo mai pensato alla moralità dei protagonisti di quei quadri, e avevo dedicato alle loro vite la stessa curiosità che dedico ai passanti (non “alle belle passanti” di deandreiana memoria… tra poco tutto sarà chiaro), ovvero nessuna. Questo mi ha spinto a non emettere un parere sul loro stato, a non riflettere sul loro orgoglio di essere in quello stato: per questo motivo, l’accenno da parte di Vy ad una redenzione mi ha colto impreparato. Redenzione? E da cosa? Da un essere come essi stessi si sono resi, certo sotto le spinte dell’ambiente, ma comunque per propria libera scelta? E qual è il peccato, se non l’aver esercitato il proprio diritto di dare alla propria vita una qualsivoglia direzione? Ha senso parlare di redenzione, quando lo stesso peccato è così difficile da definire? Il male, se di male si può parlare, non si irradia verso chi circonda queste prostitute, ma rimane contenuto in esse stesse: sono loro, e loro soltanto, l’universo in cui il male — il Male che genera i Fiori — prospera; e se non deborda verso gli altri, che senso ha parlare di male, e quindi redenzione? Una redenzione col fuoco, poi…

La morale, che buffa cosa. È stato a questo punto, che i pensieri dei giorni scorsi si sono fatti avanti. Per lavoro ho impaginato l’opera ultima di Bruno Lauzi, “Tanto domani mi sveglio”, e qui vi avevo trovato un pensiero illuminante, o meglio un punto di vista, riguardo De’ Andrè e i protagonisti delle sue canzoni. Fabrizio (la confidenza data da tanti anni di ascolto delle sue cassette mi permette di chiamarlo per nome) si appoggiò molto all’opera di Brel, ma le sue tematiche si discostavano molto spesso da quelle del cantautore belga; il genovese aveva una passione per i personaggi negativi della società: li troviamo in “Bocca di rosa”, nel “Pescatore”, nel “Delitto di paese”, in “Jeordie”… e tutti hanno un tratto comune: sono andati contro i dictat della società, sono stati puniti dalla stessa, ma agli occhi del cantautore per questo motivo sono puri. Loro non hanno bisogno di redenzione, perchè la loro stessa vita è stata redenzione dal peccato di vivere. Un punto di vista, ovviamente, opinabile, poichè si basa sul presupposto che la società sia errata in ogni sua qualità, e che gli intoccabili, i fellahin, siano tali sempre e solo a causa della sopraffazione da parte dei ricchi e potenti.

Alla resa dei conti, molti dei personaggi di De’ Andrè potrebbero essere ritratti da un Degas a caso, e sulla tela starebbero bene tanto quanto lo sono stati sul pentagramma. Ma la loro impostazione sarebbe molto diversa, perchè se Degas ha dipinto un lato decadente della sua società, De’ Andrè lo ha esaltato, erigendolo ad esempio per la morale.

Mi rendo conto di non aver parlato, alla fine, del blog della Vy, ma credo che questo possa da lei venire considerato un successo, poichè finalmente è riuscita — almeno con me — a far pensare il lettore: e questa è una cosa che una cronaca di fatti o pensieri, o il semplice testo di una canzone, difficilmente potrà fare. Sì, lo ammetto, scrivere questo intervento mi è piaciuto.

5 Responses to “ANGELI CADUTI”

  1. Anonymous says:

    …ci piace…
    Vy

  2. aLe says:

    e se scrivessi più spesso interventi del genere?=P

    • You could always give him props as your mood or the seasons might indicate. Like in summertime, for BBQ time, put a bloodstained apron on him and give him a long grill fork. In winter put winter gear on him and give him a shovel and/or an ice scraper, pretend he’s one of those people you read about in the paper that attacks his neighbor for either not shovelling the snow or shovelling it so as to block Creepy Clown in his driveway.This could be fun, Comtesse, like Ann Geddes turned upside down.

    • http://www./ says:

      Stay with this guys, you’re helping a lot of people.

  3. V says:

    Rileggo l’articolo a distanza di anni. Resta interessante. Non ho la tua mail, non ho facebook, non so se vivi in Svizzera o se leggi ancora questo blog, comunque se ti va scrivimi!

Leave a Reply