Uscite da' vostri alberi, o pietose Amadriadi, sollicite conservatrici di quelli, e parate un poco mente al fiero supplicio che le mie mani testé mi apparecchiano. E voi, o Driadi, formosissime donzelle de le alte selve, le quali non una volta ma mille hanno i nostri pastori a prima sera vedute in cerchio danzare all'ombra de le fredde noci, con li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le bianche spalle, fate, vi prego, se non sète insieme con la mia poco stabile fortuna mutate, che la mia morte fra queste ombre non si taccia, ma sempre si estenda più di giorno in giorno ne li futuri secoli, acciò che quel tempo il quale da la vita si manca, a la fama si supplisca.
Do una rapida occhiata: non mi sembra abbiano fatto dei danni, ma sono decismente affaccendati. Certo, ce n’è uno che sta evidentemente trasportando un barilotto e molti sono lì intorno con bicchieri pieni (birra? ad occhio potrebbe sembrarlo) ma gli altri stanno facendo qualcosa tra il pergolato e il cavo volante dell’allaccio telefonico… una ragnatela? Si vede appena e solo perché ho guardato con attenzione, ma stanno facendo una ragnatela; non capisco molto, ma sembra che però abbiano finito, perché il birraiolo (un tipetto verdastro, con la faccia ad oliva e la bocca tagliata col coltello per tutta la larghezza del viso) prende su la botticella e si dirige verso la valletta tra Remigiàn e la Panesin-na, seguito a ruota da tutta la combriccola. Rimango un po’ perplesso, poi sento un calcio nel polpaccio: è il leprecauno che mi sta facendo cenno di seguirli; mi risento un po’, ma lui non dà segno di accorgersene.
Mi metto in marcia, la prima parte è lungo la strada asfaltata. Passiamo davanti al gruppo dei vicini pensionati, che mi salutano senza dar mostra di notare la combriccola vociante che sto seguendo. Arriviamo alla base della valle e ci inoltriamo nel bosco, risalendo il torrente per un paio di centinaia di metri fino ad arrivare in un punto che mi accorgo di conoscere: un posto incuneato tra i fianche delle due colline, dove lo scoglio emerge fino in superficie e da cui sgorga una fonte da poche gocce ogni secondo, tradizionalmente considerata come la migliore acqua della zona. Il birraiolo poggia la botticella sul tronco di un albero caduto, e mentre alcuni gli si attorniano tendendo i loro microscopici bicchieri, altri si affaccendano tra due alberi che nascono proprio sopra la fontana; ad occhio, pare che si siano dati il turno, perché stanno lavorando quelli che prima gozzovigliavano.
Nessuno presta attenzione a me, anche il leprecauno sta beceramente richiedendo una pinta (una micro-pinta, in verità) di birra, e per passare il tempo lavoro di coltellino su un rametto per fare un piccolo canale con cui raccogliere le gocce d’acqua della fonte, poi piego una foglia di castagno per farmi un bicchiere. Sorrido perché è uno dei pochi ricordi di mio padre che ho… All’improvviso mi sento osservato: sul gruppetto è sceso il silenzio, sia i lavoratori che i festaioli mi fissano con occhi inespressivi. Faccio per togliere il “bicchiere” da sotto la fonte, ma il birraiolo mi fa cenno di continuare.
Riempio il bicchiere, anche i tordi hanno smesso di cantare. Mi volto verso il birraiolo, levo il calice in cuo onore.
Trenta visi inespressivi mi fissano con attenzione.
Forse…
Mi volto verso la fonte, levo il calice in onore del muschio che la attornia, e per poco non mi prende un infarto: improvvisamente allegri, tutti quanti, lavoratori compresi, vengono a brindare anche loro. Tiro un sospiro di sollievo, e vedendo che ora tutti bevono tranquilli do una sorsata al frutto della mia fatica.
Che mi prenda… è birra. E pure buona. La fisso inebetito, poi scrollo le spalle rinunciando a capire. Mentre bevo un’altra sorsata, sento come due mani che mi si posano sulle spalle e qualcosa che assomiglia ad un bacio dietro il collo, ma il contatto è freddo, quasi gelido, ed umido. Mi giro di scatto ma non vedo nulla, a parte la fonte; nessuno tra gli elfi sembra aver fatto nulla, e quindi rinuncio a capire anche questo.
Mentre finisco l’acqua i lavoratori portano a compimento la loro opera: due ragnatele, una rivolta verso casa mia e una puntata verso la cima del monte, unite entrambe alla base da dei fili che si dipartono dalla fonte; sono perplesso, ma il birraiolo una volta ancora torna a condurre la combriccola verso la cima del monte. Saliamo per una decina di metri, poi sento come un sussurro alle mie spalle. Mi volto mentre gli altri continuano ad avanzare: in basso, dalla fonte, attorniata dai tronchi muschiosi e semi nascosta dalle felci, la sagoma di una ragazza trasparente, come d’acqua, ci sta guardando, per poi perdere forma e preciitare scrosciando nel torrente. Mi volto verso il gruppo che continua ad avanzare: solo il leprecauno è fermo, mi sorride e fa l’occhiolino, poi si volta e si incammina.
Lo seguo… sì, è una strana giornata.

faccio il tifo per il leprecauno
Che mi prenda un colpo, siamo alla seconda puntata e ancòra nessuna scena di sangue, sesso o sparatorie!
La differenza tra una naiade e una pegea immagino sia nel colore di capelli.
Ma quindi qui si parla di birra e omarini nanici?
Noto che la tua classificazione delle semidivinità elleniche poggia su solide basi… Sì, esatto, qui è tutto un pullulare di omarini, per quanto il commento di Matte mi abbia dato spunti non indifferenti. Il prossimo capitolo è già stato pianificato ed è in fase di scrittura, ma se c’è qualcuno che ha delle richieste specifiche sulla trama… beh, che si faccia avanti!
Per l’esattezza le pegee fanno parte delle naidi. Non sono due categorie diverse, ma l’una comprende l’altra. Quindi il dipinto è corretto.